Scritto da Guglielmo Mastroianni |
Giovedì 30 Settembre 2010 |
Partiamo da un punto fermo e consolidato.
Mai come in questo periodo, le sorti del Milan dipendono da un unico giocatore.
L'importanza che Zlatan Ibrahimovic riveste all'interno dell'impianto rossonero è sotto gli occhi di tutti: 5 gol in 6 partite, tutti decisivi per portare 8-punti-8 alla causa milanista.
Un'importanza che, però, non è solo significativa e probante in termini di mero calcolo matematico dei risultati: è anche e soprattutto un peculiare atteggiamento offensivo, la ritrovata sensazione di aver finalmente, di nuovo, qualcuno là davanti capace di risolvere da solo le partite più ostiche.
Era dai tempi di Sheva che, personalmente, non avevo questa sensazione.
Eppure, quello che dovrebbe essere un aspetto importante e caratterizzante in senso positivo, diventa agli occhi della critica un limite, un voler quasi dire "se non ci fosse Ibra non andreste da nessuna parte".
Mi verrebbe da rispondere: "e secondo voi cosa lo abbiamo preso a fare?".
Si, perchè l'acquisto dello svedesone, nasce proprio dall'esigenza di avere un giocatore di siffatta dimensione.
E se ci si aggiunge che il suo approdo a Milano, sponda giusta, è costato tutto, fuorchè lacrime e sangue, si capisce come la complessiva operazione, e i risultati che sta portando di conseguenza, non può che essere salutata da un plauso sincero e convinto.
E non, invece, dalla spasmodica e affannosa necessità di dover a tutti i costi disegnare Ibra quasi come un limite, un fiore nel deserto.
Perchè in effetti, tutto questo deserto non c'è.
O per lo meno io non lo vedo.
Analizzando criticamente l'inizio di stagione, infatti, ci si rende conto di come Allegri, a tutti gli effetti, abbia avuto a disposizione la squadra soltanto dal 31 di agosto in poi, quando è arrivato anche Robinho.
Sarebbe come giudicare una squadra dopo un mese di preparazione estiva, magari dopo le amichevoli di metà agosto: non avrebbe senso.
E' tuttavia chiaro che alcuni limiti persistono, inutile e controproducente nasconderli.
Al di là dei problemi storici (leggasi, terzino e un centrocampo datato), ci sono sfaccettature che vanno appianate.
L'equivoco Ronaldinho su tutti.
Il Gaucho, a mio modesto parere, rimane un giocatore che in giornata di grazia può risultare devastante e determinante anche più di Ibrahimovic.
L'aspetto da non dimenticare, tuttavia, è che certe giornate si verifichino soprattutto quando il Milan giochi tra le mura amiche.
Provare a trasformare questa presa di coscienza in un vantaggio, sarebbe una svolta epocale.
E poi la conclamata ipocondria che affligge ormai da tempo Alexandre Pato: un raffreddore non può bastare per chiamare il 118!
Crescesse e risultasse finalmente maturo, il Milan avrebbe il più forte attaccante del mondo, e il più forte giovane attaccante del mondo.
In sostanza, presente e futuro assicurati.
E infine la costante ricerca di un assetto tattico definitivo, che non si lasci impiccare dalla presenza di Ronaldinho, ma che non escluda a priori il talento di Porto Alegre.
Compito arduo per Allegri, ma non impossibile.
Dovesse riuscirci, potremmo toglierci più di una soddisfazione.
In cuor mio, rimango fiducioso
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