la vita è un calcio di rigore
Scritto da Daniele Mantovani   
Mercoledì 10 Novembre 2010

Era una serata umida, la primavera di Mosca forse è sempre così.
Sono le 23,17 , sono una cinquantina i passi che dividono il centro del campo, l’accampamento dove provi a trovare il coraggio condiviso con i tuoi compagni, ed il dischetto del rigore. Tutti i grandi dal dischetto hanno scritto poesie per spiegare cosa si prova in quei dieci secondi.
J.Terry prende il pallone, lo gira e rigira, arretra.
E’un armadio forte e senza paura, fa a sportellate ogni partita, non cade mai.
Rincorsa, ultimo passo, scivola mentre calcia… sbaglia.
Torna indietro e forse non fa nemmeno in tempo ad arrivare nel tuo accampamento che il Chelsea ha già perso la Champions, la prima, quella che di solito passa una volta e poi più.
Quella sera ci siamo sentiti tutti un po’ J.Terry, anch’io che vistosamente simpatizzavo Manchester United.
Mi ha sempre stretto l’anima la vittima dell’errore dal dischetto, mi sono sempre chiesto come si fa a dormire dopo aver ciccato un penalty.
Mi sono sempre chiesto perché uno dovrebbe tirarlo.

Le domeniche mattina della mia infanzia erano un campionario di riti propiziatori e contenitore di sogni e paure da calcio radiofonico.
Freddo nella mansarda (mi vergogno a chiamarla granaio) dove dormivo, odore di brodo e movimenti silenziosi della casa accompagnavano la sola attesa valida: la partita.
E la mente che volando via in fantasie vergognose ,si appoggiava ad occhi chiusi lì, ultimo minuto, zero a zero , ma scusa Ameri, calcio di rigore a favore ……, dal dischetto parte, tiro e gol, tiro e gol, tiro e gol. Perché un rigore, dicono i saggi stupidi, non  si può sbagliare.
Ah si. Maradona, Baggio, Zico, Scheva, Cabrini, Zola,Graziani… andate a cena con loro per farvi dire cosa hanno provato dopo e perché. E mentre rideranno ora confesseranno di svegliarsi ancora la notte pensando a quel tiro o a quei cinquanta metri che precedono. Andate a cena mentre io nel tavolo a fianco aspetto senza speranze l’arrivo di un signore , un enorme e straordinario calciatore di un quarto di secolo fa, che non vuole consumare niente con chi lo derise(io) ed esultò(io) non per un suo errore ma per un rifiuto. Adesso ti dico, Paulo Roberto Falcao: hai fatto bene a non tirare quel rigore che Graziani avrebbe poi spedito su marte in una sanguinosa notte romana con coppa al Liverpool. Perché avere paura salva la vita anche nelle nostre giornate di tirocinio quotidiano. E perché temo che quando voleremo in cielo conterà di più avere evitato guai in nome del “braccino corto”che avere fatto l’eroe.
Quante volte avrei voluto non fare quei metri che mi dividevano dal dischetto nei miei giorni vicini e lontani.
Come i passi che ci separavano a scuola dal banco alla lavagna, come i momenti in cui  aspettavamo la prima fidanzata e forse avremmo voluto non arrivasse.
Come la prima volta che siamo entrati nell’ufficio del “capitano di lavoro” e tremavamo.
Come aspettando la mamma fuori da una sala operatoria per ore o come quando aspettiamo invano l’amico in soccorso e non arriva.
Tutti questi attimi e mille altri sono quei cinquanta metri, quel rigirare la palla, quello sguardo al portiere nemico , quel tiro.
GOL, bravo. Hai salvato la mamma, l’amico, il lavoro, la fidanzata.
Tiro … FUORI. Hai perso tutto, perché nella vita spesso non ce un altro calcio di rigore, perché soprattutto , quasi sempre, quell’errore non è colpa tua.
Perché non andare sul dischetto non è cattiveria ma solo la voglia di non svegliarsi tutte le notti con la porta del Paradiso che si stringe e la voce maledetta che grida :“parte il tiro, fuoriiiii”.
E se posso scegliere , io, il rigore , non lo tiro e come solo gesto di dignità minima , censuro la mia esultanza per l’errore altrui, provando a non essere felice per il male degli altri. Come nella guerra di ogni giorno.

Il campionato che fra poche ore sputa altre sentenze vive emozioni da minimo sindacale ma se non altro, raggruppando 16 squadre in 10 punti, lascia fantasie a tutti.
Che si giochi male lo dicono le nostre gite all’estero, che al confronto con la schiumosa elite europea il meglio possibile è al momento un Milan volenteroso e gagliardo che viene dominato per un’ora da una sontuosa dimostrazione di calcio del “Maestro”, che rischia di vincere ma che sa riconoscere nella base dei suoi tifosi una impotenza nel confronto che fa onore alla libertà di pensiero del del tifo milanista e scredita ancora una volta una cronaca faziosa, stupida e provocatoria della tv di stato.
Avanti così, ce posto per tutti.
E mentre ripongo la penna  che forse è volata troppo libera, mi cade un giornale con la classifica della serie A ed il pensiero torna, maledetto, ai calci di rigore.

Ho sempre pensato che non contasse tanto quanti rigori hai a favore in una stagione , perché oltretutto mi sembra , mi sembra, che ci sia un pò più di equità rispetto al periodo buio più o meno scaduto con Moggiopoli.
Conti di più invece, per celebrare il mai realizzabile teorema della parità di trattamento, quanti rigori hai contro.
Stagione in corso, 10 giornate, rigori fischiati in totale 55.
In ordine la più premiata è l’Inter ( 4 a favore), seconda la Juve (3) insieme alla Fiorentina.
Ci può stare, attacchi stratosferici, sempre nell’area avversaria !!!!
Ma rigori contro: la somma di quelli subiti da Inter, Juve e Milan fa ZERO.
Si zero e dopo 10 giornate non è male.
Nessun inganno, l’eleganza e la correttezza di difensori come Scirea, Cabrini, Maldini,Galli,Picchi, Bergomi.
Adesso sono più tranquillo. Aggiorneremo il dato ogni settimana.
Ironia amici, prendetela dal lato profumato, alla fine piaceri e dispiaceri si compensano (sic !!), soprattutto , riferito al nostro amato “calcio di rigore” … non è mica da questi particolari che si giudica una giocatore, ma dal coraggio, dall’altruismo , dalla fantasia. Come la vita.
Crediamoci

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