La Coppa del 1989

Continua la rivisitazione delle Coppe dei Campioni Rossonere, corredata dalla consueta analisi statistica relativa ai protagonisti che ne hanno determinato la conquista.

Questa è la storia della
terza Coppa dei Campioni

Dopo le tabelle statistiche, riporto un bellissimo articolo scritto da Paolo Condò per “I Quaderni” celebrativi de La Gazzetta dello Sport che riporta dettagli estremamente interessanti, quasi in forma di romanzo, che immagino possa interessare tanto i tifosi più giovani che non hanno vissuto quel capitolo entusiasmante della nostra storia, quanto i più “datati” che potranno ravvivare i loro ricordi e le loro emozioni.

Inoltre vorrei fare una puntualizzazione sull’assetto tattico del Milan di Sacchi.

Sacchi è ricordato come il profeta del 4-4-2, ma va sottolineato che nei primi due anni al Milan ha, in realtà, adottato quel centrocampo a rombo riproposto quindici anni dopo dal suo allievo Carlo Ancelotti.

Nel 1987/88, infatti, la lunga assenza di Van Basten portò Gullit a giocare da seconda punta atipica (alla Kakà) in coppia con Virdis, mentre l’esplosione di Colombo a destra e la conferma di Evani a sinistra portarono Donadoni a giocare praticamente da trequartista, anche se con la completa libertà di allargarsi su entrambe le fasce, con Carlo Ancelotti a dirigere il traffico davanti alla difesa.

Nella stagione 1988/89, l’arrivo di Rijkaard avrebbe permesso all’olandese di formare con Ancelotti una coppia di centrali di centrocampo perfetti per il 4-4-2, ma la prolungata assenza di Filippo Galli portò l’eclettico Frank a giocare un consistente numero di partite al centro della difesa, mentre i problemi fisici di Evani dirottarono Ancelotti sul centrosinistra nei casi di presenza contemporanea a centrocampo con Rijkaard, come accaduto sia nella semifinale di ritorno contro il Real che nella stessa finale del Camp Nou con lo Steaua.

Copertura dei ruoli
:

Portiere

Pres

Gol

Min

%

GALLI G.

9

5

840’

100%


Terzino D.

Pres

Gol

Min

%

TASSOTTI

8

 

750’

89%

Mussi

1

 

90’

11%


Terzino S.

Pres

Gol

Min

%

MALDINI

7

 

660’

78%

Mussi

2

 

92’

11%

Costacurta

1

 

90’

11%


Centrali

Pres

Gol

Min

%

BARESI

8

 

750’

89%

COSTACURTA

6

 

376’

45%

Rijkaard

3

 

268’

32%

Galli F.

4

 

222’

26%

Tassotti

1

 

90’

11%


Playmaker

Pres

Gol

Min

%

RIJKAARD

6

1

570’

68%

Ancelotti

3

 

270’

32%


Mezzodestro

Pres

Gol

Min

%

COLOMBO

9

 

798’

95%

Lantignotti

1

 

14’

2%


Mezzosinistro

Pres

Gol

Min

%

EVANI

5

 

480’

57%

Ancelotti

4

1

360’

43%


Trequartista

Pres

Gol

Min

%

DONADONI

9

1

763’

91%

Gullit

1

 

75’

9%


Attaccanti

Pres

Gol

Min

%

VAN BASTEN

9

9

840’

100%

GULLIT

7

4

425’

50%

Virdis

6

3

274’

33%

Mannari

1

 

115’

14%

Cappellini

2

 

26’

3%


Riepilogo:

 

Titolari

Pres

Gol

Min

%

1

Galli G.

9

5

840’

100%

2

Tassotti

9

 

840’

100%

3

Rijkaard

9

1

840’

100%

4

Van Basten

9

9

840’

100%

5

Colombo

9

 

798’

95%

6

Donadoni

9

1

763’

91%

7

Baresi

8

 

750’

89%

8

Maldini

7

 

660’

79%

9

Ancelotti

7

1

630’

75%

10

Gullit

8

4

500’

59%

11

Costacurta

7

 

466’

56%

 

 

Altri

Pres

Gol

Min

%

12

Evani

5

 

480’

57%

13

Virdis

6

3

274’

33%

14

Galli F.

4

 

222’

27%

15

Mussi

3

 

182’

22%

16

Mannari

1

 

115’

14%

17

Cappellini

2

 

26’

3%

18

Lantignotti

1

 

14’

2%


Da “I Quaderni” de La Gazzetta dello Sport
di Paolo Condò

Belgrado. Hotel Intercontinental. Il telefono della reception squilla in continuazione. La ragazza del centralino, sorridente alla prima chiamata, (“no signore, non è possibile, non c’è nessun elefante in questo albergo”), aggrotta via via la fronte.

Alla quinta protesta dice “provvediamo subito”, cerca con lo sguardo un inserviente, lo trova e lo spedisce all’ottavo piano.

I clienti del settimo – gli spiega ancora sbigottita – dicono che qualche grande animale sta correndo sulle loro teste. Vai a vedere. E stai attento”.

Il caratteristico ding dell’ascensore che si ferma segnala il raggiungimento dell’ottavo piano. Il cameriere sente subito i colpi, forti e profondi, che hanno spaventato gli inquilini sottostanti: la porta si apre, con qualche timore l’uomo mette la testa fuori. La scena che gli si materializza davanti agli occhi, un giorno, verrà probabilmente raccontata ai nipotini. Una scena incredibile.

Ruud Gullit (impossibile confonderlo, è sicuramente lui) sta provando alcuni scatti nel corridoio. Alle due estremità, quattro uomini: Arrigo Sacchi, il preparatore atletico Vincenzo Pincolini, i medici Rudy Tavana e Giovanni Monti.

Nervosi, fermano l’olandese dopo ogni corsetta e gli toccano il muscolo della coscia destra. Ogni tanto Sacchi entra in una delle camere, parla concitatamente al telefono, esce e guarda l’ondeggiare delle treccine. Poche parole per 30 minuti.

Basta Ruud, fai la doccia” gli dice Pincolini. Sono le 20,30 di mercoledì 9 ottobre 1988. Sacchi e gli altri tre aspettano, seduti sul bordo del letto, che Gullit esca dal bagno. Eccolo. “Allora?” “Io bene. Non fa male. Non tanto”. “Ma sei sicuro?” “No, sicuro no. Forse … c’è un uomo, ad Amsterdam …”.

Berna, ore 6 del mattino successivo. Un piccolo jet si alza silenzioso dalla pista . Ha i fari accesi, il pilota ha ancora in bocca l’aroma del caffè. Un saluto alla torre di controllo e poi vira verso nord: verso l’Olanda. Li, in una villetta di Amsterdam, sta suonando la sveglia accanto al letto del signor Troost, il fisioterapista di fiducia di Ruud Gullit. La sera prima, mentre stava guardando la televisione, il telefono aveva emesso un lungo squillo. Un’interurbana. “Sono Ruud, da Belgrado. Domani dobbiamo rigiocare con la Stella Rossa, oggi hanno interrotto la partita per la nebbia. Ho uno stiramento alla coscia ma devo assolutamente andare in campo, il momento è grave. Ti voglio qui, devi darmi l’ultimo okay”.

Le speranze del Milan viaggiano sulla rotta Berna-Amsterdam-Roma (dove sale sull’aereo l’amministratore delegato rossonero, Adriano Galliani) –Belgrado.

Alle 11,30 un incoraggiante segno del destino: per un’oretta la morsa della nebbia, che serra da giorni la capitale jugoslava, si allenta. Atterrare è possibile: il jet si posa, un’auto blu carica ai bordi della pista Troost e Galliani e si dirige verso l’hotel Intercontinental. Alle 12 i due olandesi sono soli. Il fisioterapista palpeggia il muscolo malato del giocatore, lo studia a lungo, poi dice: “Trenta minuti. Con questo stiramento puoi giocare per trenta minuti. Oltre, non mi assumo responsabilità”. Il verdetto viene ribadito a Sacchi che fa una smorfia: “Va bene, basteranno

Il Milan comincia a vincere la sua terza Coppa dei Campioni in quel preciso momento. Reduce da un 1-1 casalingo, è stato salvato il giorno prima quando, in svantaggio per 1-0 (e in condizioni tecniche pessime), si è visto sospendere la gara con la Stella Rossa al 57’: troppa nebbia, non si vedeva più nulla, obbligatorio rimandare alle 15 del giorno successivo.

E adesso questa fortuna ce la dobbiamo meritare” ha detto Sacchi rientrando negli spogliatoi. Ma la situazione è tremenda: all’assenza di Filippo Galli si sommeranno quelle di Virdis (espulso) e Ancelotti (ammonito per la seconda volta). I dirigenti Taveggia e Ramaccioni consultano febbrilmente l’Uefa, ma un telex da Berna toglie ogni speranza: le squalifiche vanno scontate subito, anche se la partita non è di un “turno successivo” come recita il regolamento. Della comitiva rossonera fa parte anche Gullit, stiratosi domenica a Verona, e presente a Belgrado praticamente da tifoso: un suo impiego, anche part-time, diventa necessario.

Già, è soltanto il 10 novembre e il Milan, praticamente, si gioca la stagione: eliminato dalla Coppa Italia, in campionato è staccato di un punto dall’Inter ma l’andamento delle prime giornate ha dimostrato che la squadra da battere, quest’anno, è quella nerazzurra. Poco male, si sapeva fin dall’inizio che l’obiettivo numero uno era la Coppa dei Campioni: un obiettivo preparato in estate, con la lunga, esaltante e stanchevole serie di amichevoli “eccellenti”, da Londra a Eindhoven, a Madrid. In luglio il sorteggio europeo, pericolosissimo visto che il Milan non era testa di serie, era andato bene: Vitocha Sofia, avversaria facile e puntualmente massacrata (oggi si direbbe asfaltata ndr) in due riprese, 2-0 in Bulgaria e 5-2 a San Siro, Virdis e Gullit li, Van Basten, Van Basten, Van Basten e ancora Van Basten (con l’aggiunta del solito Virdis) qui. Una formalità che fa dire a Berlusconi “Abbiamo cominciato a tirare la gonna all’Europa, con la speranza di vederla in faccia a primavera”.

Il secondo “velo” da togliere, però, è molto più pesante: Stella Rossa di Belgrado, due fuoriclasse limpidissimi (Savicevic e Stojkovic) e nove eccellenti gregari. 1-1 sofferto nell’andata milanese e un ritorno in Jugoslavia ricco solo di incognite.

Dice Sacchi dopo il pareggio di San Siro (vantaggio di Stojkovic, pareggio di Virdis un minuto dopo, il tutto in apertura di ripresa): “Vinceremo a Belgrado”. Berlusconi gli fa eco: “No, non è ancora finita. Non può essere già finita”. Ma la squadra ha un sacro rispetto della Stella Rossa. Van Basten : “Sarà durissima, il loro campo è un inferno”. Gullit: “Visto che lo 0-0 li qualificherebbe imposteranno la stessa partita di contenimento che li ha fatti uscire indenni da qui”. Baresi: “Inutile girare intorno al problema: a questo punto i favoriti sono loro”. La partita provvidenzialmente interrotta dalla nebbia dà ragione ai giocatori. Gli jugoslavi dominano, segnano con Savicevic al 50’, quando l’arbitro Pauly capisce che continuare sarebbe assurdo la Stella Rossa è vicinissima alla qualificazione. Negli spogliatoi, comunque, le ovvie recriminazioni sono limitate: “quel” Milan, privo per di più di Ancelotti e Virdis, sembra un boccone ancor più semplice da inghiottire.

Se il calcio fosse una scienza esatta oggi queste soddisfatte rievocazioni non esisterebbero. Il Milan avrebbe perso a Belgrado, Sacchi, privo del paracadute Coppa, sarebbe stato esonerato dopo la sconfitta di Cesena e l’intera primavera sarebbe trascorsa sulle note del totoallenatore rossonero per la prossima stagione. Se il calcio fosse … Ma esatto non è: la sera del 9 novembre Arrigo Sacchi bussa alla porta di ogni camera, parla ai giocatori, tocca evidentemente le corde giuste. Il giorno dopo, alle 15, entrano nel “Maracanà” belgradese undici avventurieri decisi a sfruttare il nebbioso regalo avuto dal destino. E in panchina un dodicesimo personaggio si siede con 30 minuti di autonomia nelle gambe: non sorride, non scherza, non parla. Guarda lontano, sente che laggiù, oltre la frontiera del primo tempo, ci sarà del lavoro per lui. Ruud Gullit aspetta. Sacchi controlla l’orologio. Van Basten appoggia il pallone al centro del campo e si mette le mani sui fianchi. In porta Giovanni Galli agita le braccia per scaldarsi. Non lo sa ancora, ma fra un paio d’ore ha un appuntamento.

Bastano quattro minuti perché il conto con la sorte ritorni in pareggio. Il Milan è assatanato, spinge senza un attimo di respiro, costringe alle corde gli jugoslavi davanti a 90 mila tifosi ammutoliti. Un pallone che naviga in area viene svirgolato da Vasilijevic, la traiettoria è strana, parabolica e beffarda, supera il portiere Stojanovic ed entra in rete. Si, entra: di un metro e toccando pure terra. Un altro difensore, rabbiosamente, calcia la sfera fuori rimpiangendo il vantaggio così presto dilapidato: nessuno capisce perché Pauly tardi tanto a dirigersi verso il centrocampo. Poi tutto diventa chiaro. L’arbitro, lontano dall’azione, non ha visto il gol; e il guardalinee, che dovrebbe segnalarglielo, era coperto. Non è successo niente, 0-0 e andiamo avanti.

Nei commenti del giorno dopo, il tremendo errore di Pauly verrà liquidato con qualche facile e allegra battuta. Tanto il turno è passato: non sa ancora, il Milan, che quello delle sviste diventerà un leit motiv europeo a metà tra il grottesco e il disperante: Dos Santos a Brema incapperà in uno sbaglio pressoché analogo e Fredriksson, a Madrid, annullerà per fuorigioco una rete di Gullit più che regolare.

A Belgrado la “sberla” di Pauly viene assorbita con grande classe. Al 34’ segna Van Basten, quattro minuti dopo pareggia il solito Stojkovic. Il fattaccio vero accade al 41’: un violento intervento di Vasilijevic provoca lo svenimento di Donadoni. Il momento è drammatico, il dottor Monti deve precipitarsi, chiamato con gesti disperati dai giocatori, per tirare fuori la lingua dell’atleta e rianimarlo con la respirazione bocca a bocca. Van Basten, sotto choc, vuole uscire. Sacchi lo blocca: “Dove vai tu?”. Maldini piange come un vitello, un attimo prima della ripresa del gioco Giovanni Galli deve uscire dai pali per schiaffeggiare lui, Mannari, Colombo, tutti sconvolti come pugili suonati. Ci scappa un rabbuffo persino con Franco Baresi, pure lui annichilito. L’intervallo è provvidenziale.

Vai Ruud”. Due parole sole. Non ne occorrono altre. Gullit si toglie la tuta e, alla ripresa del gioco, scende in campo al posto di Donadoni, sveltamente trasportato all’ospedale. Ha 30 minuti soli nelle gambe, ma gli jugoslavi non lo sanno. E lo temono: l’olandese si sistema al limite dell’area avversaria, salta di testa e calcia le punizioni. Apporto minimo, ma sufficiente per tirare prima il 90’, poi il 120’: i 30 minuti diventano 75, ci vorranno mesi perché Gullit ritrovi la piena efficienza fisica. Ma il suo sacrificio vale l’approdo ai calci di rigore. Comincia la lotteria, Giovanni Galli agita ancora le braccia, ma stavolta non deve scaldarsi né schiaffeggiare qualcuno. E’ teso come una corda di violino. Parte Stojkovic: gol. Toccherebbe a Van Basten ma l’olandese ha un fremito, non se la sente. Baresi sussurra “Vado io” mentre i 90 mila del “Maracanà”, ringalluzziti dal vantaggio, lo subissano di fischi. Il tiro è una bomba scacciapensieri: gol. Prosinecki: gol. Stavolta Van Basten non trema: gol. Va sulla palla Savicevic, il gioiello locale. Tiro centrale, Galli cade dall’altra parte ma riesce ad allungare un piede: parato. Evani chiude gli occhi e spara un’altra botta: gol. Nervoso, Mrkela calcia addosso a Galli che ribatte ancora. Al Milan basta ancora un penalty giusto, ed è nei quarti. Toccherebbe a Cappellini, un ragazzo, ma Rijkaard lo vede emozionantissimo e decide di risparmiargli la prova. Non è un rigorista, Frank, in partite ufficiali non ha mai tentato il colpo dal dischetto. Ma c’è sempre una prima volta: breve rincorsa, tiro, gol. Si volta, e Gullit gli è già addosso, la faccia stravolta dalla gioia.

Si, la Coppa dei Campioni comincia a colorarsi di rossonero in quel preciso momento. Il Milan attende un mese prima di conoscere il prossimo avversario e dall’urna dell’Uefa esce il Werder Brema. Andata in Germania l’1 marzo, e la svista di Dos Santos complica subito le cose: poco dopo, però, il conto torna in parità. L’arbitro portoghese ha la coscienza sporca e, quando Neubarth segna di testa in mischia, fischia un inesistente fallo sul portiere. La partita non si schioda dallo 0-0, nella ripresa il Milan domina ma Van Basten, per due volte, manca un vantaggio ormai scontato. Prima è Reck, con una grande parata, a negarglielo; poi lo splendido difensore centrale Bratseth salva sulla linea dopo che il centravanti olandese aveva fatto fuori in dribbling mezza difesa.

Il pareggio è un viatico accettabile ma non trascendentale: a San Siro, però, un grazioso “risarcimento” arbitrale (rigore assai dubbio per fallo su Donadoni, trasforma Van Basten) spiana la strada ai rossoneri, che rullano il Werder senza però segnare il 2-0 della tranquillità. Si soffre fino alla fine, e i sospiri si trasformano in ululati due giorni dopo, quando il sorteggio delle semifinali dice Real Madrid.

E’ curioso come, a ripercorrere oggi la marcia di avvicinamento a Barcellona, il confronto con il Real si riveli numericamente il più riposante, pari alla passeggiata col Vitocha. Al “Bernabeu” il Milan estrae dal suo cappello magico una prestazione da stropicciarsi gli occhi: finisce 1-1 soltanto perché Hugo Sanchez aveva troppa voglia di farsi una delle sue capriole e l’attacco rossonero, dopo essersi divorato montagne di palle gol, trova con Van Basten, nell’occasione più difficile, il colpo di genio per un pareggio che è il minimo, ma proprio il minimo, di quanto poteva raccogliere. Lo sbigottito silenzio dell’immane stadio madridista è comunque la sigla di un Real senza speranze: il mitico squadrone di Beenhakker è ormai soltanto uno stupendo scatolone vuoto.

A San Siro il Milan alza subito il coperchio con Ancelotti, e “visto” il bluff avversario, deborda: Rijkaard, Gullit, Ban Basten e Donadoni danno al successo proporzioni apocalittiche.

E così a Barcellona scende in campo una squadra che l’Europa non se la deve conquistare. Ce l’ha già dietro, racchiusa nelle parole dette a fine gara dai tecnici che ha via via sconfitto.

Metodiev (Vitocha): “Abbiamo perso contro i futuri campioni”. Stankovic (Stella Rossa): “Siamo onorati di aver fatto soffrire una formazione simile”. Rehhagel (Werder): “Questa è la squadra più grande d’Europa”. Beenhakker (Real Madrid): “Nessun dubbio, hanno vinto i più forti”.

A Barcellona le doppiette di Gullit e Van Basten mandano al tappeto lo Steaua. E mentre Baresi alza la Coppa in un tripudio di bandiere rossonere, Barcellona sembra un po’ Milano


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