Ray Wilkins "the Razor!"

 
 

Qualcuno ha cominciato a conoscerne il volto nelle innumerevoli inquadrature che lo ritraggono sulla panchina del Chelsea al fianco del manager Carletto Ancelotti, molti tifosi milanisti, invece, con quelle zoomate, compiono un veloce viaggio nel mondo dei ricordi, un viaggio che porta nella prima metà degli anni ottanta, quando quel signore indossava la nostra maglia.
Stiamo parlando, ovviamente, di Raymond Colin Wilkins, meglio conosciuto al grande pubblico semplicemente come Ray.

La sua aria rassicurante è la stessa di quando scendeva in campo, quando si piazzava in mezzo al campo e si prendeva sulle spalle tutto il peso della costruzione del gioco della sua squadra. Wilkins era un centrocampista completo, un regista con una ottima visione di gioco, con eccellenti doti tecniche, capace di usare entrambi i piedi (anche se era il sinistro il suo punto di forza), soprattutto per tagliare il campo con dei lanci profondi e precisi che gli permettevano di raggiungere i compagni in ogni zona e che gli valsero il soprannome di “The Razor” (il rasoio).

A dispetto del fisico (173 cm per 70 kg), non si tirava mai indietro quando c’era da lottare e da battagliare in fase di copertura, tanto da conquistarsi anche una discreta fama da duro (“Butch” era un altro dei suoi nomignoli).
Tutte queste doti (tecniche, tattiche ed atletiche) erano tenute insieme da una grande personalità, una capacità di leadership che mise in mostra fin da giovanissimo.
Raymond, infatti, dimostrò una maturità molto precoce, tanto da esordire con la maglia del Chelsea in prima squadra ad appena diciassette anni (nel 1973 contro il Norwich), ed addirittura diventandone il capitano due anni dopo, quando di anni ne aveva appena diciannove!
Indosserà quella fascia per quattro anni (fino al 1979), quando dopo sei stagioni, 176 presenze e 30 gol lasciò il club londinese per trasferirsi al Manchester United (750.000 sterline il costo del suo trasferimento).
Tanto talento e tanto “fosforo” gli permisero di arrivare in nazionale già nel 1976 (a vent’anni), quando esordì con la maglia dell’Inghilterra proprio contro l’Italia.
Con la nazionale del suo paese ha giocato per dieci anni di fila (in totale 84 presenze e 3 gol), prendendo parte, tra le altre cose alla fase finale degli Europei nel 1980 (in Italia) ed a quella dei Mondiali del 1982 (in Spagna).

L’esperienza coi Red Devils durò 5 stagioni (dal 1979 al 1984), e sarà in questo frangente che “The Razor” conquisterà i primi trofei della sua carriera, la FA Cup e la Charity Shield nel 1983.

Nell’estate del 1984 il Milan decide di continuare col filone “britannico”, e dopo le esperienze di Joe Jordan e di Luther Blisset, il presidente Farina decide di ingaggiare gli inglesi Mark Hateley e Ray Wilkins: dei due l’acquisto più costoso è proprio quello del centrocampista, pagato 2 miliardi e 350 milioni di lire.
Nel Milan si respira un’aria nuova, e questo grazie soprattutto al ritorno sulla panchina rossonera di Niels Liedholm: dopo anni di buio c’è una gran voglia di ritornare a livelli consoni al blasone milanista.
Oltre ai due inglesi, vengono ingaggiati Terraneo, Di Bartolomei e Virdis. Il Barone decide di costruire un centrocampo di qualità, e le chiavi del reparto vengono affidate al duo DiBa-Wilkins.
L’annata del Milan, visto il recente passato, è più che soddisfacente, se è vero che i rossoneri riusciranno a riconquistare la partecipazione alle competizioni internazionali (Coppa Uefa) dopo diversi anni ed a raggiungere anche la finale di Coppa Italia dopo una lunghissima attesa (persa contro la Samp del patron Mantovani che all’epoca era più forte di noi).
Wilkins non deluderà le attesa in lui riposte, saltando solo 2 partite ufficiali e mettendo a disposizione della squadra tutta la sua sagacia tattica.
Unico neo la scarsa capacità di incidere in termini di gol.

Il primo gol con la maglia rossonera lo metterà a segno all’inizio della nuova stagione (1985/86), realizzato in coppa Italia contro l’Arezzo.
L’annata sarà travagliatissima, soprattutto a seguito delle drammatiche vicende che porteranno, nel mese di dicembre, alla fuga del presidente Farina con il Milan sull’oro del fallimento.
I guai societari influenzano pesantemente il rendimento della squadra, ed il venir meno delle aspettative generate dalla positiva stagione precedente, porta un clima di contestazione dei tifosi che sarà placato a febbraio solo dall’annuncio dell’acquisto della società da parte di Silvio Berlusconi.
La classe e la personalità permetteranno a Wilkins di restare a livelli più che accettabili, confermandosi uno dei punti di riferimento della squadra (saranno 41 le presenze stagionali). In questa stagione i tifosi rossoneri conosceranno anche il modo di esultare di Ray dopo un gol: al gol estivo di Coppa Italia seguiranno due centri consecutivi in campionato alla 19ma e 20ma giornata, ed il pugno destro alzato verso i tifosi per incitarli all’entusiasmo  divenne celebre.

L’avvento di Berlusconi farà le fortune del Milan, ma porta, inevitabilmente, ad una sorta di rivoluzione che finisce per mettere in difficoltà qualche uomo della vecchia guardia.
Nella stagione 1986/87 la dirigenza decide di confermare sia il tecnico (Liedholm) che la coppia di stranieri (Hateley-Wilkins), ma il cammino balbettante del Milan spinge lentamente alcuni giocatori ai margini dell’undici titolare.
Ray Wilkins viene impiegato sempre di meno, ed alla fine della stagione (dopo aver collezionato solo 24 presenze di cui 17 in campionato) la società punta ad uno stravolgimento generale che porterà alla nascita del Milan di Sacchi.
Wilkins non rientra più nei piani e conclude la sua avventura in rossonero.

In totale saranno tre stagioni comunque positive, che faranno di Ray Wilkins uno dei calciatori più apprezzati dal popolo milanista.
La conferma di tutto questo è data dall’autentica ovazione che San Siro gli tributò nella serata della gara che sancì la conquista da parte del Milan del Mundialito per club del 1987 (Milan-Barcellona): un saluto che viene riservato solo ai grandi della nostra storia, e Ray Wilkins ha avuto solo il demerito di essere un Grande in un Milan ancora piccolo
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