un rimpianto di centrocampista!
Trattasi di uno dei più grandi rimpianti della storia milanista, uno di quei casi in cui pensi a “quello che poteva essere ed invece non è stato fino in fondo”, soprattutto guardando la storia a posteriori, soprattutto guardando quello che il destino stava per riservare ai suoi compagni di merende!

Della nidiata del ’63 che alla fine degli anni Settanta sbarcò a Milanello forse (anzi, sicuramente) era il più forte, ma proprio questa, paradossalmente, è stata la sua sfortuna.
Eh sì, perchè all’immediata vigilia dell’era berlusconiana, sotto la presidenza Farina, può succedere che il pezzo pregiato della collezione venga sacrificato per fare cassa, e che poi da lontano lo stesso debba assistere ai trionfi di quelli che fino a ieri erano stati i suoi compagni (Baresi, Tassotti, Evani e Paolo Maldini).
Questa è la storia di Sergio Battistini, ragazzo di Massa, che grazie all’occhio lungo di Italo Galbiati  entrò a far parte delle Giovanili rossonere insieme al suo “gemellino” Alberigo Evani (anche lui classe 1963, anche lui di Massa) nella seconda metà degli anni settanta.

Battistini di ruolo fa il centrocampista, ma le sue immense qualità lo rendono un giocatore molto duttile.
Nel corso della sua esperienza rossonera ricoprirà tutti (ma proprio tutti) i ruoli del centrocampo, ma all’occorrenza sarà impiegato, con ottimi risultati, anche da difensore, per non parlare delle sue spiccatissime doti di inserimento che lo renderanno un centrocampisti dalle ottime qualità realizzative: saranno ben 37 i gol che Sergio realizzerà con la nostra maglia in 201 partite ufficiali disputate (in tutto 6 stagioni, anche se in realtà sono 5 di piena militanza).

Per cercare di descriverlo ai più giovani, si può dire che Sergio Battistini ricorda molto Massimo Ambrosini per la duttilità e per le capacità di inserimento in zona gol, con delle qualità tecniche superiori all’attuale capitano rossonero ma con delle qualità fisiche e di interdizione inferiori.
Comunque la si pensi una cosa sembra certa: aveva tutte le potenzialità per diventare un punto di riferimento importante anche per il Milan dell’era Berlusconi.

Sergio è un ragazzino che si mette in mostra subito, e già a sedici anni (stagione 1979/80) viene aggregato alla prima squadra, anche se l’esordio avverrà solo in Coppa Italia.
Ma l’apprendistato non sarà lungo, ed a seguito delle “disavventure” societarie che spingono il Diavolo in serie B per la prima volta, il suo lancio definitivo tra i titolari avviene già nella stagione successiva (saranno ben 40 le presenze totali con un bottino di 5 gol).
La riscossa di quella stagione viene ancora affidata alla “vecchia guardia” (quasi tutti quelli che hanno conquistato il decimo scudetto della Stella), ma dopo il secondo disastro consecutivo (nuova retrocessione in B) la società decide per la “rivoluzione” che affida un bel manipolo di giovani  alle sapienti mani di Ilario Castagner.

Battistini è un giovane di 19 anni, ma ha già 80 presenze con la maglia rossonera sulle spalle, ed ogni volta che il neo capitano Franco Baresi è assente, la prestigiosa fascia bianca è lui a portarla al braccio. Ormai è un punto fermo del Milan, e, nonostante per la società rossonera siano anni travagliatissimi  e bui, il nome di Battistini è ormai una realtà anche a livello nazionale, avendo, tra l’altro, fatto parte di tutte le varie Nazionali a livello giovanile fino all’Under 21 di Vicini.
Tra gli addetti ai lavori comincia a prendere piede la teoria che Battistini sia l’erede di Marco Tardelli, ed all’inizio del 1984 il CT Enzo Bearzot sembra confermarlo convocando e facendo esordire Sergio in Nazionale (il 4 febbraio a Roma contro il Messico).
La sua presenza in azzurro durerà fino alla fine della stagione, in totale quattro presenze ed un gol (a conferma della sua prolificità).
Si può dire che il 1984 rappresenta il suo anno migliore, e quello successivo quello della definitiva consacrazione, quello del ritorno del Milan in Europa dopo 6 anni.

Ma il Milan di Giuseppe Farina è un “povero Diavolo”, le cui casse hanno bisogno di una iniezione di liquidità (anche se noi lo scopriremo solo qualche mese dopo).
Qualche minuto prima della conclusione dell’ultimo giorno di calciomercato estivo del 1985, il presidente “contadino”  tradisce le aspettative dei suoi tifosi e cede alla Fiorentina uno dei suoi gioielli migliori per 5 miliardi di lire, Sergio Battistini.

Ci diceva addio uno dei pilastri della nostra squadra, ci diceva addio colui che insieme a Baresi rappresentava l’unico giocatore da Nazionale di quegli anni, la vittima sacrificale di una dissennata gestione societaria che ci stava spingendo sull’orlo del fallimento.
Per fortuna quell’agonia durò solo pochi mesi, e quello, a livello di cessioni, fu il primo e ultimo danno combinato.

Come detto, la fortuna più grossa di Battistini si rivelò anche il suo peggior nemico, sia perché non potè far parte di quello che sarebbe diventato il Milan più bello della storia, sia perché il prosieguo della sua carriera non gli riservò ciò che forse avrebbe meritato.
Addirittura nella Fiorentina, per trovare lo spazio necessario, si dovette inventare una seconda carriera in una zona completamente diversa: la difesa.
Battistini prese il posto del partente Passarella e divenne il libero dei viola: la sua intelligenza tattica e le sue qualità gli permisero di farlo ad ottimi livelli, ma divenne evidente la sensazione che da lì in avanti le cose non sarebbero più state come una volta, ma soprattutto che molto di quel talento stava per essere sprecato.
Le uniche soddisfazioni che si tolse furono le due Coppe Uefa conquistate in seguito con la maglia dell’Inter, ma quelle dei nerazzurri furono due eccezioni all’interno di un lungo periodo di puro anonimato.

Il palmares rossonero di Sergio Battistini non è neanche avvicinabile a quello di moltissimi calciatori che hanno indossato la maglia del Milan, ma in anni in cui le soddisfazioni erano praticamente vicine allo zero rappresentò uno dei punti di riferimento del popolo milanista
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